The Falling Man | New York City | USA | 9/11/2001 |5:20 pm | Copyright Richard Drew

Sono convinta che le immagini più potenti siano quelle implicite, quelle che non si svelano subito, che richiedono tempo nel contemplarle per coglierne – finalmente – quegli aspetti nascosti.

La violenza e la bellezza, l’orrore e il magnifico richiedono tempo, un tempo che oggi non siamo più abituati a prenderci.

L’esplicito nelle immagini, così come nelle parole, nei libri, nelle relazioni e nella vita, non riuscirà mai a ripetere gli stessi effetti, lo stesso fascino, del suo contrario.

Neanche oggi, dodici anni dopo. Neanche ora che il nostro occhio è così abituato al terrore e alla distruzione.

Vorrei ringraziare sinceramente Maureen C. (Philadelphia, PA, 1937) per avermi raccontato di sentimenti difficili e di ferite che sono ancora aperte.

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I am convinced that the most powerful images are implicit ones, the ones that do not reveal themselves immediately, that take us time to contemplate them in order to understand – finally – those hidden aspects.

The violence and the beauty, the horror and the magnificent need time, a time which we are no more used to take today.
The explicit in the images, as well as in words, in books, in relationships and in life, will never ever repeat the same effects, the same charm and lure, of its opposite.

Even today, twelve years later. Even now that our eye is so accustomed to terror and destruction.

I want to deeply thank Maureen C. (Philadelphia, PA, 1937) for sharing difficult feelings and wounds that are still open with me.

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Félix e Ross. Una delle più belle storie d’amore dell’arte.

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“Quando la gente mi chiede chi sia il mio pubblico, rispondo onestamente, senza girarci intorno: Ross. Il mio pubblico era Ross. Il resto della gente viene solo per il lavori”

Una serie di opere dell’artista Félix González-Torres permettono al visitatore di portare via delle caramelle poste in un angolo della sala. La lettura più diffusa dei lavori di González-Torres vuole che i cambiamenti delle sue opere, come l’esaurimento delle caramelle, siano una metafora del processo di morte.
 
Tutto il lavoro di Gonzalez Torres riguarda l’assenza. 

Queste montagne di caramelle hanno il peso specifico del compagno di Torres, Ross, morto di AIDS nel 1991. E il pubblico portandosi via le caramelle fa sparire l’opera, la memoria. 

Sicuramente Gonzalez-Torres è il primo artista a porre in modo convincente le basi di un’estetica omo-sensuale. L’omosessualità dell’artista, non si chiude ad un’affermazione comunitaria, ma si fa, invece, modello di vita condivisibile da tutti e a cui ognuno può identificarsi.
 
Il numero “due” è onnipresente. Basta pensare a opere come: Untitled (perfect lovers) 1991, una coppia di orologi fermi alla stessa ora; Untitled 1991, due cuscini su un letto sfatto con ancora il segno di un corpo; Untitled (March 5th)#1 1991, due specchi posti uno di fianco all’altro; Untitled (March 5th)#2 1991, due lampadine nude fissate alla parete i cui fili si intrecciano.
La solitudine non è mai rappresentata dall’uno ma dall’assenza del due, per questo motivo la sua opere è importante nella rappresentazione della coppia, a prescindere dall’orintamento sessuale dell’artista.
Gonzalez-Torres racconta, dall’inizio alla fine, la storia di una coppia, quindi di una coabitazione. L’incontro e l’unione (tutti i paia), la conoscenza dell’altro (i “ritratti”), la vita in comune, rappresentata come una ghirlanda di istanti felici (le lampadine), la malattia (alcune stampe e le perle), infine la morte (la tomba di Stein e Toklas a Parigi).
 
La messa a disposizione delle cose non comporta necessariamente la loro banalizzazione: in un mucchio di caramelle dell’artista c’è una continua oscillazione tra la forma e la sua sparizione programmata, tra bellezza visiva e modestia dei gesti, tra meraviglia infantile e complessità dei livelli di lettura. L’aura delle opere d’arte si è spostata verso il suo pubblico. Ogni opera crea attorno a sé una collettività istantanea di spettatori-partecipanti. Gli spettatori sono incitati dall’artista a prendere parte al lavoro, ad attivare l’opera.
 
Il lavoro di Torres è autobiografico (anche se il termine è limitato visto che parla, come detto prima, della coppia). Durante più interviste, l’artista afferma che l’incontro con Ross (il suo compagno morto nel 1991) è stato fondamentale. “L’amore ti dà una ragione di vita, ma è anche un motivo di panico, si ha sempre paura di perdere quell’amore.(…) Freud ha detto che mettiamo in scena le nostre paure per diminuirle. In un certo senso questa generosità -il rifiuto di una forma statica, della scultura monolitica, a vantaggio di una forma fragile, instabile- era un modo per mettere in scena la mia paura di perdere Ross, che scompariva a poco a poco davanti ai miei occhi.”
 
Oggi, venerdì 17 maggio, è la Giornata mondiale contro l’omofobia. 
L’arte è sempre inserita nel contesto sociale in cui abita. Ricordare González-Torres è doveroso oggi. 

Una frase da incorniciare.

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’ inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.

Albert Einstein

Elezioni politiche. Cultura, la grande assente dai programmi elettorali

Domenica 24 e lunedì 25 febbraio 2013 si svolgeranno le elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento e il tema dei beni culturali e paesaggistici viene, ancora una volta, quasi totalmente tralasciato. Non soltanto nei dibattiti televisivi e sulle pagine dei giornali, ma anche nei più dettagliati programmi elettorali dei vari partiti e coalizioni in campo. Sono infatti pochi (e spesso generici o addirittura poco corretti) i cenni alla cultura, fatta salva qualche rarissima eccezione.

Ma quindi, cosa pensano le forze politiche? Quali sono le loro proposte in merito alla cultura?

Coalizione Pd-Sel-Psi

Il Partito democratico in Coraggio per l’Italia, Dieci idee per cambiare spiega nella sezione Sviluppo: “L’unica possibilità che ha il nostro Paese di vincere la sfida della globalizzazione è tornare a puntare sull’eccellenza del Made in Italy. Immaginiamo un progetto-Paese che individui grandi aree d’investimento, di ricerca e d’innovazione dell’industria, nell’agricoltura e nei servizi: […] le tecnologie legate all’arte, alla cultura e ai beni di valore storico […].”  Più avanti il candidato premier Pierluigi Bersani inserisce tra i “Beni comuni” anche il patrimonio storico, artistico e paesaggistico ma non si leggono soluzioni specifiche ai tanti problemi del settore. E Matteo Orfini (responsabile del dipartimento Cultura e Informazione del Pd e candidato alla Camera dei Deputati, Lazio 1) sottolinea la necessità di un piano anti-crisi. Si dovrebbe cominciare dalle norme a tutela delle professionalità che operano nel settore, poi si continua con il ripristino della liberalizzazione della professione di guida turistica, il completamento dell’iter regolamentare relativo all’archeologia preventiva, il necessario riordino delle fonti di finanziamento straordinarie (Lotto, 8 per mille, fondi ex Arcus, finanziamenti delle fondazioni bancarie) secondo criteri di programmazione pluriennale.

Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola, in una lunga premessa della sezione La solita cultura oppure un Ministero della creatività, spiega la situazione di oggi con buona precisione attraverso dati Eurostar e Federculture. Nella nota non seguono ricette specifiche, ma qualcosa che assomiglia di più ad una bella dichiarazione programmatica, che risulta quasi un ‘sogno’: “Noi metteremo la cultura e la creatività al centro delle scelte di politica economica del governo, superando l’attuale MiBAC e tutte le deleghe sperse nei mille rivoli di altrettanti Ministeri varando il ‘Ministero per la creatività’, per uscire dalla trappola della sola conservazione dei beni culturali ai fini della promozione turistica e introdurre l’idea d’industria creativa“. Attenzione specifica è prestata allo spettacolo, anche attraverso l’approvazione di una Legge quadro che stabilisca che il Fus (Fondo unico per lo spettacolo) assuma il carattere di fondo di investimento pluriennale e tuteli i contributi dello spettacolo in materia di contributi, salari e stagionalità del lavoro. In chiusura, alcune precisazioni sul ruolo dei privati e la loro partecipazione al settore dei beni culturali, da “ripensare profondamente per una nuova alleanza che faccia emergere le potenzialità del privato non solo in termini finanziati ma quale portatore sano di innovazione“. Si auspica “la nascita di un nuovo soggetto economico imprenditoriale: l’impresa culturale“.

Lista Monti

Nell’Agenda Cambiare l’Italia, riformare l’Italia del presidente del Consiglio uscente Mario Monti, candidato con Scelta civica e con i partiti Fli e Udc, c’è il paragrafo L’Italia della bellezza, dell’arte e del turismo dove si fornisce una ricetta per la gestione del patrimonio (dopo aver ricordato come il premier Monti abbia facilitato i progetti di finanziamento -partiti almeno in parte in precedenza- su Pompei, Accademia di Brera, Gallerie dell’Accademia di Venezia, Museo di Capodimonte). Occorrono “intese con le fondazioni di origine non bancaria o forme di calibrate di partnership pubblico-privato che potrebbero consentire un allargamento dello spettro delle iniziative finanziabili“. Ci sono cenni anche al turismo, ma si entra davvero poco in merito. Secondo Ilaria Borletti Buitoni (capolista alla Camera per Scelta Civica con Monti per l’Italia, Circoscrizione Lombardia 1, e ex-presidentessa del FAI) c’è bisogno, in particolare, di riprendere il D.L. sul consumo del suolo agricolo del ministero Catania, sollecitare il prossimo Governo sull’adozione immediata di un piano per la messa in sicurezza del territorio nazionale, e stilare una proposta di legge quadro per il Terzo Settore.

Coalizione Pdl-Lega

Nel programma del Pdl del capo della coalizione Silvio Berlusconi, i cenni alla cultura sono generici, sotto il capitolo Cultura, sport e spettacolo (sì, cultura e spettacolo sono stati uniti a sport): “Non può esserci un taglio indiscriminato alle risorse pubbliche, ancora essenziali nel settore, ma neppure una irragionevole chiusura all’apporto dei privati; finalizzare gli introiti prodotti dai beni culturali agli investimenti sulla cultura; valorizzare ‘l’esistente variabile’: i musei italiani svuotino le cantine; avviare la sperimentazione dell’affidamento in concessione ai privati dei musei più in difficoltà; separazione tra cultura e spettacolo nell’assegnazione di risorse pubbliche“.La Lega di Roberto Maroni si spende soprattutto sul comparto turistico, anche attraverso il potenziamento delle infrastrutture nel Nord Italia.

Altri Partiti

Beppe Grillo per il Movimento 5 stelle non fa riferimento ai musei e biblioteche neppure del settore Istruzione del programma, così come non li fa Antonio Ingroia, candidato premier per la coalizione Rivoluzione Civile: “Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese“, dice al punto 5 del programma. Giovanna Capelli (candidata al Senato in Lombardia) propone quindi “la regolarizzazione, con nuovi strumenti giuridici degli spazi creativi occupato come Macao a Milano, riconoscendo la titolarità degli occupanti e la loro funzione artistica e sociale“.

Tra i dieci punti di interventi per la crescita di Fare per fermare il declino di Oscar Giannino non ci sono cenni specifici a musei e paesaggio neppure nel capitolo sulla scuola.

Qualche parola in più, ma molto generica, la spende Giorgia Meloni, candidata per Fratelli d’Italia. La Meloni ricorda la situazione e descrive la poca attrattiva di musei e monumenti italiani, nonchè la loro scarsa valorizzazione e spiega la sua ricetta: “Sviluppo di una politica di sistema, potenziamento della rete di servizi, formazione degli operatori, investimento sul turismo e promozione del marchio ‘Italia’, forte e incentivante politica di defiscalizzazione anche tramite ricorso all’istituto di credito d’imposta a favore del privato“.

Questi, in sintesi, i punti di vista dei principali partiti politici.

A noi, la scelta.

Siamo ancora indietro

Il 31 gennaio sono stati ufficialmente resi noti i risultati delle Primarie della cultura, iniziativa lanciata online dai giovani del FAI che permetteva di votare tre dei quindici temi proposti riguardanti il mondo dell’arte e la tutela del nostro patrimonio e del nostro territorio.

Le Primarie della cultura si sono trasformate in una vivace consultazione popolare sui temi proposti, centrando l’obiettivo di parlare finalmente di cultura. I risultati della Top five ci fanno però purtroppo comprendere che non solo i nostri politici sono indietro, ma sono indietro anche la mentalità e la percezione che i votanti hanno in merito a queste tematiche.

Partiamo innanzi tutto dal numero dei votanti: quasi 102 000. Ora, la popolazione italiana consta di più di 60 milioni di persone. La domanda sorge spontanea: siamo sicuri che questa sia davvero una grande cifra? E’ certo che no, soprattutto se pensiamo che il numero dei lavoratori della cultura supera gli svariati milioni di persone (che, a quanto pare, non hanno votato). Ma certo, non possiamo limitarci a dire che queste Primarie siano “fallite” per questo. Non c’è stata infatti alcun tipo di informazione diffusa sull’iniziativa, la durata è stata di soli ventuno giorni, molta della popolazione italiana non aveva neppure idea di cosa stessero parlando molti temi… e via così, potremmo giustificarci all’infinito.

Prendiamo quindi in esame la fatidica Top five, ovvero i cinque temi che hanno ottenuto più voti e che quindi saranno proposti ai candidati alle elezioni politiche.

Vince, come era piuttosto prevedibile, Non 1 di meno: quota minima 1% dei soldi pubblici per la cultura con il 17,5%. Questione importante e fondamentale questa ma non così necessaria se consideriamo solo, ad esempio, che i fondi per la cultura non sono solo statali (e regionali, provinciali e comunali), ma anche europei. E numerosi ed eclatanti sono tuttavia i casi in cui questi fondi rimangono inutilizzati e ritornano nelle casse dell’UE (come il famoso miliardo per la cultura e il turismo in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia).

Ma questo risultato è ancora più preoccupante perchè emerge palesemente che in Italia ancora non abbiamo capito che il momento storico ed economico in cui ci troviamo renderà sempre più difficile trovare soldi pubblici per la cultura (e lo si farà sempre meno volentieri). Allora come risolvere la questione? Dobbiamo lasciar deperire il nostro patrimonio materiale ed immateriale? Dobbiamo chiudere i musei, lasciar crollare i siti archeologici, vendere le opere, svalutare il nostro territorio e svenderlo al miglior offerente?

No. Non dobbiamo farlo e questa non è l’unica soluzione.

Una soluzione sarebbero i due temi che, ahimè e ahinoi, hanno ricevuto solo poco più del 5% dei voti complessivamente. Sono le interessanti e intelligenti proposte che riguardano una la riduzione delle imposte indirette agli enti non profit che operano nella conservazione e nella gestione dei beni culturali e gli incentivi fiscali per le donazioni private, l’altra il riconoscimento del terzo settore e dei privati come fondamentali interlocutori per la valorizzazione, la gestione e la promozione del patrimonio storico, artistico e naturalistico.

Questa è la soluzione. Lo Stato non può più essere il mecenate dell’arte e della cultura nel nostro Paese, non solo perchè non ha più soldi, ma perchè non ne è più in grado: non riesce a stare al passo coi tempi, non vede nel turismo culturale una concreta possibilità di guadagno, è troppo legato ad un concetto di cultura polveroso e stantio, non ha più entusiasmo.

I privati e le no profit sono invece il finanziamento che stiamo chiedendo e che stiamo aspettando. Non solo l’arte e il suo mercato si sono infatti evoluti fino ad oggi, ma anche i mecenati sono cambiati. E non necessariamente “ingresso dei privati nella cultura = circo della cultura e impoverimento dell’offerta culturale” come si sente spesso dire dal mondo intellettuale. Anzi, i privati sono vivaci, conoscono e possiedono la logica perfetta per un mercato concorrenziale e hanno cognizione nel fare investimenti. Sanno dove spendere e come spendere, rimanendo all’interno del budget.

E’ tutto questo che manca allo Stato italiano e non posso credere che una quota minima di fondi statali per la cultura risolleverà l’Italia.

In seconda, terza e quarta posizione troviamo invece, con uno scarto notevole, le questioni sul territorio (secondo: Chi tocca il suolo muore: stop al consumo del paesaggio terzo: Io non dissesto: piani certi per la sicurezza del territorio quarto: Agri-cultura: più lavoro e benessere a km zero). Sono argomenti certo urgenti e necessari nel dibattito -dato che (non dobbiamo mai dimenticarlo) l’Italia è un museo diffuso, in quanto il nostro patrimonio naturale è parte integrante e imprescindibile di quello storico e artistico-, ma su cui tornerò nel prossimo post.

Il quinto tema che verrà presentato ai “nostri” partiti politici è Diritto allo studio, dovere di finanziarlo (7,8%).

Quindi, concludendo, non posso che constatare che questi risultati delle Primarie della cultura non sono solo la vittoria dell’ovvietà, ma anche la triste conferma che ancora noi italiani non ci rendiamo minimamente conto di quali siano i punti nodali necessari per una riforma vera e propria nella gestione culturale che ci permetta di rialzarci non solo dalla preoccupante situazione in cui vergono i nostri siti culturali e ambientali, ma anche dalla crisi economica dalla quale dobbiamo uscire.

Un plauso comunque al FAI, che ha tentato di farci ragionare e di far ritornare l’attenzione dell’opinione pubblica nei confronti della cultura, la nostra identità in quanto italiani e il nostro impegno in quanto cittadini.

La leggittimazione artistica della fotografia. pt. 7

Oggi la fotografia è considerata arte?

Un aspetto che mi preme approfondire, essendo molto interessata di fotografia e una fotografa amatoriale, è quello di dare una mia interpretazione sulla questione, tenendo presente il contesto della società moderna nella quale ci troviamo a vivere, palesemente molto diversa da quella nella quale si svilupparono le avanguardie. Che la fotografia per me sia arte penso sia emerso  già chiaramente.

Oggi è molto più facile che una persona abbia una macchina fotografica reflex e potrei dire che in ogni famiglia ce n’è almeno una compatta. Molte persone che sono dotate di apparecchi fotografici di calibro professionale il più delle volte non sanno come utilizzarli al meglio, anche se ottengono ugualmente -a volte- fotografie molto belle e addirittura emozionanti, dato che le macchine digitali reflex sono di facile utilizzo, e la modalità Automatica fa gran parte del lavoro. Questo oggi è un vero problema: come definire se un fotografo è un’artista in un mondo dove un’innumerevole quantità di persone fa foto belle tanto quanto quelle dei professionisti?

Un problema (che è solo l’articolazione di quello posto sopra) è il fatto che il fotografo professionista si sta ormai estinguendo. Se infatti un tempo il fotografo era un punto di riferimento (anche se poco talentuoso), perché la fotografia analogica richiedeva una certa abilità nell’uso del mezzo e conoscenza dello stesso, oggi con la fotografia digitale chiunque può essere un bravo fotografo. Mi spiego: grazie ai programmi di grafica e di modifica e ritocco computerizzata di immagini e fotografie, il fotografo vero (colui che riesce a realizzare uno scatto perfetto in presa diretta al momento dello shooting) è assolutamente superfluo dato che con il lavoro di post-produzione si può far rinascere  una fotografia orrenda e tecnicamente imperfetta, trasformandola in qualcosa di sublime.

Non possiamo di certo definire artista-fotografo il padre che durante una gita fuori porta scatta -per quanto questi scatti siano belli – ai figli diverse fotografie per avere un ricordo della giornata (sono contraria al filone secondo il quale fotografia=solo ricordo).

Credo quindi che si debba definire fotografo-artista chi fa una ricerca attorno alle sue istantanee, chi tenta di esprimere il proprio pensiero, il proprio modo d’essere attraverso fotografie, chi elabora grazie ai propri scatti un pezzetto di vita, chi compie ogni volta una scelta.

Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perchè, oltre ad essere fotografo, sei un essere umano un po’ speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto.

Berenice Abbott, fotografa

E con questo mio punto di vista, concludo la lunga serie di post sulla Legittimazione artistica della fotografia. Spero vi sia interessato!

Se non stai bene qui possiamo anche andare via. Camilla Crescini

Fotografia: CofCamilla Photography

https://www.facebook.com/pages/CofCamilla-Photography/409144830277 

La legittimazione artistica della fotografia. pt. 6

Come è stata accolta la fotografia dalle correnti pittoriche d’avanguardia?

IL SURREALISMO

Il surrealismo –fotografico- prende il via da tutta un serie di esperienze elaborate da dadaismo (ricordiamo che Man Ray inizialmente era un artista dichiarato Dada) e metafisica. Ma il grande merito di surrealismo e di dadaismo insieme è quello di aver riformato e rivoluzionato l’idea di arte. E quindi, con la revisione del concetto di arte appena elaborato, la fotografia può iniziare a essere effettivamente se stessa, un’esperienza artistica concreta che può far parte dell’estetica dell’arte senza doversi sottomettere alla pittura. L’artista surrealista Breton, nel Manifesto surrealista del 1924, descrivi l’artista come “un modesto apparecchio di registrazione”, paragonandolo quindi alla macchina fotografica stessa.

Non dobbiamo dimenticare che il surrealismo (pittorico e non) è il tentativo di esprimere l’io interiore e l’inconscio in piena libertà, senza che questo sia condizionato dalla razionalità, che solitamente nella quotidianità ci influenza sempre, il tentativo quindi di lasciarsi guidare dall’inconscio, proprio come avviene nel sogno. Gli artisti surrealisti tentano perciò di imporre sulla tela i loro sogni e far emergere attraverso essi il loro inconscio.

Per far ciò -portare fuori il proprio io- si ricorre all’automatismo psichico, lasciando che un’idea segua l’altra senza la consequenzialità logica del ragionamento consueto, ma automaticamente: una parola ne richiama alla mente un’altra completamente diversa, e così una forma, un colore, una luce ne suscitano altri in un concatenamento inarrestabile. Ciò avviene molto spesso anche nei fotografi: un fotografo il più delle volte sceglie cosa fotografare dopo che ha visto il soggetto nel mondo esterno, ma quella foto  fa scaturarie in lui determinati collegamenti che lo portano a decidere di fotografare qualcos’altro (che forse per altri non c’entra nulla) e così via.

Il padre dei surrealisti è infatti considerato Freud (anche se Freud dirà in una lettera a Breton che, capendone ben poco di arte, non crede di poter sentirsi dare la paternità di questa corrente), che, nella sua Interpretazione dei sogni, dichiara apertamente che la pratica fotografica è qualcosa di molto vicino ai meccanismi che regolano la nostra vita psichica: “Potremmo rappresentarci lo strumento che esegue le nostre funzioni mentali come qualcosa che rassomigli a un microscopio composito o a un apparecchio fotografico”.

La fotografia surrealista ha avuto moltissimi sviluppi, ha utilizzato svariate tecniche e sviluppato diverse modalità di interpretare sé stessa. È bene però ricordare che la fotografia definita surrealista è un termine usato ancora oggi per indicare i lavori di artisti contemporanei che ritraggono persone ed oggetti nella quotidianità, ma dominati dall’aspetto surreale (vedi l’artista svedese Erik Johansson). Chiaramente questo oggi è reso possibile dall’uso di programmi di modifica computerizzata.

 Erik Johansson

La legittimazione artistica della fotografia. pt. 5

Come è stata accolta la fotografia dalle correnti pittoriche d’avanguardia?
 
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LA METAFISICA

Tra tutte le avanguardie novecentesche la metafisica è quella meno lanciata verso il progresso e più legata alla tradizione. Eppure, c’è comunque un’analogia tra fotografia e pittura metafisica.

Il termine ”metafisico” viene utilizzato oggi per esprimere ciò che è oltre all’apparenza fisica, ovvero l’essenza intima della realtà al di là dell’esperienza sensibile. La pittura metafisica rappresenta oggetti collocati fuori dal loro contesto abituale e nelle situazioni più disparate, per generare inquietudine in colui che osserva il quadro. Questo è un elemento che ha assolutamente in comune con la fotografia, in un senso –paradossalmente- molto moderno: la fotografia molte volte ferma elementi apparentemente incongruenti, che pure qualcuno ha disposto lì e in cui il fotografo ha colto un’armonia. Non ci interessa indovinare l’intenzione dello sconosciuto collocatore, meglio lasciare spazio ai mille cortocircuiti che quegli elementi apparentemente sconnessi riescono a suscitare.

Come in una sorta di dislessia, possiamo guardare una foto (o un quadro) senza capire nulla di quel che voglia dirci. Poi ci torniamo su, ci soffermiamo con curiosità e diffidenza, finché un racconto comincia a prendere forma e l’immagine si anima di significati non pronunciabili, invisibili, eppur presenti in quella fessura di tempo e di spazio dove l’autore ci ha invitati a posare lo sguardo.

Per capire meglio, funzionale è l’esempio descritto in uno dei suoi saggi (Sull’arte metafisica, 1919) da Giorgio De Chirico, esponente fondamentale della metafisica:

Se entro in una stanza vedrò dei libri su una biblioteca, alcuni quadri su un muro, magari un canarino in una gabbia, ma tutto ciò non mi colpisce poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’uno all’altro mi spiega la logica di ciò che vedo (che conosco perché l’ho già visto). Ora, se mettiamo che invece, per qualche strano motivo si spezzi il filo di questa collana dei ricordi, allora chissà come vedrei i libri, i quadri e il canarino. Chissà allora quale stupore, o quale terrore o forse quale dolcezza –le reazioni possono essere diverse- che proverei. La scena non è però cambiata: sono io che la vedrei da un altro punto di vista”.

Molto simile è anche l’esperienza raccontata dallo scrittore Marcel Proust ne I Guermantes:

Ahimè, fu proprio quel fantasma che io vidi, quando, entrando in salotto senza che la nonna fosse avvertita del mio ritorno, la scorsi in atto di leggere. Io ero là, o piuttosto non c’ero ancora, poiché essa non lo sapeva, e come una donna sorpresa mentre è intenta a un lavoretto femminile che nasconderà se vien gente, si era abbandonata a pensieri che non aveva mai dimostrato davanti a me. Di me stesso (in virtù di quel privilegio effimero per cui abbiamo in quell’attimo del ritorno la facoltà di assistere di colpo alla nostra propria assenza) non c’era ancora là se non il testimone, l’osservatore, in cappello e spolverina da viaggio, l’estraneo che non appartiene alla famiglia, il fotografo che viene a prendere un’istantanea di luoghi che non rivedrà più. E ciò meccanicamente si disegnò in quell’attimo nei miei occhi quando scorsi mia nonna, fu proprio una fotografia”.

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La legittimazione artistica della fotografia. pt. 4

Come è stata accolta la fotografia dalle correnti pittoriche d’avanguardia?
 
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IL DADAISMO

Come già detto, la fotografia assomiglia a un quadro, ma di fatto funziona come un ready-made. Con questa affermazione si accosta alla fotografia il movimento Dada.

“Ready-made” è un termine inglese che significa “già pronto”. Venne coniato negli anni ’10 da Marcel Duchamp, esponente principale del movimento dada, per designare oggetti d’uso quotidiano che l’artista prelevava dal proprio contesto usuale e presentava nel contesto dell’arte assemblati in maniera diverse e decontestualizzate. L’operazione aveva un intento intellettuale e provocatorio e costituisce uno dei risultati più importanti del Dadaismo.

E il grande fotografo italiano Ugo Mulas dirà poi:

“Al fotografo il compito di individuare una sua realtà, alla macchina quello di registrarla nella sua totalità. Due operazioni strettamente connesse ma anche distinte che, curiosamente, richiamano nella pratica certe operazioni messe a punto da alcuni artisti degli anni ’20: penso ai ready-made di Duchamp”.

Ma vediamo come mai si può fare un’affermazione del genere. Secondo Marra la fotografia può essere espressione del dadaismo per diverse ragioni:

  1. la fotografia è esterna al sistema tradizionale delle belle arti;
  2. la fotografia non è uno sviluppo della pittura, ma anzi a essa si contrappone in modo assai netto;
  3. la fotografia riesce a interpretare perfettamente, nel visivo, quella tipica ansia dadaista tesa a sostituire l’arte con la vita o a rendere arte la vita stessa, dato che tutto è arte;
  4. la fotografia come sistema globale è già implicitamente dadaista.

Il dadaismo infatti vuole distruggere tutto, per ricostruire un mondo completamente diverso, rendendo all’uomo un ruolo di protagonista. Dada è un modo per scuotere l’opinione pubblica: dal momento che è arte tutto quello che l’uomo ha creato, Dada è contro la letteratura, contro la poesia, contro l’arte, contro tutto ciò che si è fatto passare per eterno, bello, perfetto. Dada è libertà e quindi può anche essere contro sé stesso. Il dadaismo non è estetica come tutte le altre avanguardie, ma è un modo di concepire. Dada si interessa dello shock che provoca nello spettatore, finalizzato a scuoterlo dalle sue pigre abitudini mentali. Si arriva così a dire che tutto è arte.

Allora vi sarà la realizzazione di opere d’arte assai provocatorie, che non comunicano nulla e hanno solo la funzione di provocare. In questo modo i dadaisti e le loro opere si collocano fuori dall’ordine e sono quindi contrarie anche a tutte le avanguardie loro contemporanee.

Le posizioni più radicali verranno prese da alcuni esimi artisti che si ritrovano nella Galleria 291, in America, dove vengono esposte opere pittoriche affiancate a diverse fotografie. Questi artisti, (Stieglitz, Duchamp e Picabia) affermano addirittura che la pittura segue la fotografia e che quindi si è rivoluzionato l’antico paradigma artistico secondo il quale molti fotografi tendevano a  collegarsi alla pittura. Affermazione questa teorizzata nei primi anni ’80 da Scharf, che dimostra quanto i pittori abbiano formalmente preso dalla fotografia per quanto riguarda il taglio (quante volte sentiamo dire, riguardo ad un quadro, “ha un taglio fotografico”) e la composizione dell’immagine o la rappresentazione istantanea della temporalità.

Lo stesso Duchamp, ma anche il grande Man Ray, ammette che il problema è che la fotografia è sempre stata paragonata alla pittura, ma ora finalmente il ready-made (“classico” o fotografico che sia) ha portato una grande novità che ha istituito un’opposizione radicale alla logica estetica interpretata dal quadro. Se prima l’abilità artistica era valutata secondo l’uso ineccepibile dei mezzi espressivi, ora invece grazie al dadaismo assistiamo al superamento della manualità come verifica-controllo dell’artisticità e si impone, diversamente, la convinzione che sia l’atto mentale della scelta a fondare il principio dell’artisticità.

Nelle immagini realizzate da Man Ray in cui viene ritratto Duchamp (Tonsure) troviamo un richiamo della fotografia emblematica futurista: un’anticipazione, se vogliamo, della Body Art e una ricerca tesa a far coincidere l’opera con la personalità stessa dell’artista.

Ancor più interessante è riscontrare che i concetti che emergono nei quadri degli artisti dadaisti, emergono con forse ancor più carica nelle loro istantanee. Prendiamo come esempio Duchamp che, con la collaborazione tecnica dell’amico Man Ray, realizza una serie di ritratti di Rrose Sèlavy, alter ego al femminile dell’artista. Ecco allora che anche qui (come in un’opera pittorica di Duchamp: L.H.O.O.Q., la Gioconda con i baffi) vengono sovrapposti connotati maschili a una figura femminile. Sono queste opere fortemente provocatorie: sotto il quadro, sulla cornice compare la scritta L.H.O.O.Q. che in francese suona come il tradotto “Ella ha caldo al sedere”, una frase che potrebbe essere messa in relazione con l’immagine dell’alchimia in un dipinto rinascimentale, che rappresentante una figura femminile con le braccia in posizione analoga a quella della Gioconda e che è collegata davanti a una distesa d’acqua, ma è seduta su un tronco d’albero sotto il quale arde un fuoco. Il fuoco rappresenta qui il mondo maschile e l’acqua invece quello femminile. E la pronuncia francese di Sèlavy nasconde il significato: “L’eros c’est la vie”. Parola e immagine dunque vengono usate a conferma di un’esistenza: questa è la vita e la fotografia lo testimonia.

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Ma il vero fotografo, esponente non solo del dadaismo, ma anche più tardi del surrealismo, è stato il già citato Man Ray (pseudonimo di Emmanuel Rudinsky). Man Ray ha dimostrato una grandissima abilità nell’uso degli obiettivi, lavorando a splendidi ritratti e nudi per la moda e la pubblicità, e allo stesso tempo una audace sperimentazione di novità. Famosissimi sono i suoi rayographs e soprattutto i suoi “ritocchi fotografici” e fotomontaggi come vediamo in varie sue opere. I rayographs sono oggetti impressi sulla carta sensibile senza l’utilizzo dell’apparecchio fotografico e la mediazione dell’uomo, ma con l’esposizione diretta alla luce ed il successivo sviluppo in camera oscura; il risultato è costituito da forme generalmente molto astratte, che però risultano essere la traccia diretta ed “obiettiva” del reale, non una sua raffigurazione mediata dalle scelte estetiche dell’artista.

La Tuta. Thayhat

La legittimazione artistica della fotografia. pt. 3

Il pugno. Depero

Il punto di vista di un letterato: la critica alla fotografia di Charles Baudelaire

Nel 1859 il poeta simbolista Charles Baudelaire, dopo aver partecipato al Salon parigino, in un suo commento sull’esposizione mosse alcune critiche alla fotografia e al Realismo (Courbet, Millet, Daumier), dichiarandone addirittura la sua inartisticità. Le critiche di Baudelaire possono essere così sintetizzate:

a) L’arte vera è la negazione della naturalità: non c’è arte nel momento in cui si imita specularmente la natura. E quindi la fotografia, riproducendo una copia esatta di questa, non può che presentarsi come opposta all’arte.

b) La fotografia è la palestra dei pittori mancati, di chi non ha mai avuto talento e di chi non ha posseduto costanza negli studi. La fotografia, dunque, dimostra nuovamente la sua inettitudine all’arte per il fatto che non richiede a chi la pratica quelle capacità mentali e ideali che invece caratterizzano il “vero” artista.

Come è stata accolta la fotografia dalle correnti pittoriche d’avanguardia?

Lo schiaffo. Bragaglia

IL FUTURISMO

Il futurismo inizialmente rifiuta la fotografia.

Sembrerebbe una contraddizione, dato che sono proprio i futuristi i grandi decantatori della tecnologia, dell’innovazione edel progresso e quindi la fotografia –un mezzo così innovativo e tecnologico- sembrerebbe proprio adatta a loro. Ma in realtà loro interpretano la fotografia come un atto mirato a riprodurre passivamente le cose e quindi un qualcosa che non risponde a quel loro imperativo: vita è arte e arte è vita.

Tra l’altro tutti i pittori futuristi accolgono un elemento del passato e della tradizione (che invece nel loro manifesto rifiutano apertamente), affermando che la manualità pittorica con la quale si crea il quadro è assolutamente superiore alla tecnica fotografica.

In realtà la contraddizione è ugualmente presente, dato che sappiamo che per Giacomo Balla durante la sua ricerca tecnico-artistica sul movimento furono fondamentali le prime esperienze che si stavano compiendo in quegli anni nel campo del cinematografo e del fotografico (cronofotografie di Muybridge e di Marey: singoli fotogrammi ad intervalli predefiniti ad una persona o oggetto in movimento).

Ogni pittore che si definisce futurista (soprattutto Boccioni e lo stesso Balla) si scaglierà contro i fratelli Bragaglia, tre fratelli di Frosinone che avevano pubblicato nel 1913 il volumetto Fotodinamismo futurista con il quale volevano far entrare a pieno titolo la fotografia nell’avanguardia futurista, dato che le loro istantanee volevano catturare il movimento ed il moto (soggetto di innumerevoli opere pittoriche futuriste) e fissare la realtà nel suo dinamismo smaterializzandone le forme apparenti e ricercando “la vita colta nel suo apparire rapido e fugace”.

Dopo quindi un’iniziale riluttanza verso la fotografia futurista, finalmente Marinetti diede il proprio consenso al finanziamento delle ricerche sul fotodinamismo e nel 1930 formulò con Tato (pseudonimo di Guglielmo Sansoni) il Manifesto della fotografia futurista.

Ma con Tato non ci sarà più quel fotodinamismo ricercato dai Bragaglia; si parla allora di “ritorno all’ordine” poiché la fotografia ora funziona esattamente come un quadro, sia inteso nel senso tradizionale che come tout court (con tout court si intende una superficie di tela cosparsa di macchie di colore piatto, che non perseguono finalità rappresentative o mimetiche della realtà). Ecco allora che l’obiettivo sostituisce il pennello e crea l’opera d’arte.

E proprio durante il secondo futurismo si afferma la veridicità artistica della fotografia con l’importante esperienza della cosiddetta fotografia emblematica: quando la vita tende a identificarsi con l’arte, non sembra proprio che esista nulla di meglio che il mezzo fotografico per dare corpo a questa scelta. È così che nascono le fotografie di Thayaht, in cui l’autore esprime la sua omosessualità, e quelle di Depero, in cui materializza alla perfezione il disprezzo dei giovani futuristi verso il perbenismo borghese. L’artista qui è anche davanti all’obiettivo, soggetto principe dell’istantanea.

La Tuta. Thayhat

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pt. 1 :  https://questitalianonce.wordpress.com/2013/01/14/la-legittimazione-artistica-della-fotografia-pt-1/

pt. 2 : https://questitalianonce.wordpress.com/2013/01/16/la-legittimazione-artistica-della-fotografia-pt-2/